Quali vini bio mi rifili?

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La fine di marzo 2012 sarà ricordata come un momento di grande attenzione per i vini bio tra Vicenza e Verona si sono tenute da sabato 24 marzo a lunedi 26 marzo due manifestazioni, in due sedi diverse, che raccoglievano  alcune realtà del panorama, scusate io lo chiamo così, del mondo “bio”.

Queste manifestazioni, insieme a quella allestita all’interno del Vinitaly, ViVit, hanno visto un grande presenza di pubblico sempre più sensibile al mondo vini bio. Credo che in tutto il mondo ci sia una richiesta sempre più crescente di prodotti che rispettano il nostro corpo e di conseguenza che rispettino e salvaguardino la natura. Siamo tutti preoccupati di ciò che ingurgitiamo e cerchiamo continue rassicurazioni, e molte persone sono disposte a spendere qualcosa in più per avere prodotto che ci offra maggiori garanzie di “naturalità”.

Mi incuriosisce, ma non mi meraviglia, come in un mondo quello del Vini bio, che è una piccola parte del mondo del vino e da pochi anni salito alla conoscenza del vasto pubblico, ci siano tre manifestazioni distinte. E’ vero che in Italia si dividono e distinguono tutti ma mi sembra un po’ eccessivo.

Se “diamo i numeri” possiamo evidenziare come a Vinatur tenutasi a Villa Fiorita (9 edizione)  hanno esposto 140 produttori  di 9 paesi,  Al ViVit erano presenti 127 produttori tra Italia, Francia, Svizzera, Austria e Slovenia e infine al ViniVeri a Cerea (VR) ha proposto 120 tra vignaiolo e prodotti alimentari, in totale siamo sotto i 400 espositori mi sembra un numero piuttosto esiguo ma già cosi tanto separato.

La mia difficoltà nel definire questi vini che chiamo genericamente “bio”, risiede nel fatto che non esistono delle regole che definiscono un vino biologico. E’ certificata la produzione di uva. Secondo il regolamento CEE 2092/91, che definisce, per la prima volta nella storia dell’agricoltura, un metodo di produzione agricolo biologico. La costante crescita di questo settore è anche testimoniata dalla notevole integrazione di questo Regolamento quadro che dal 1991 ha visto ben 23 Regolamenti di modifica ed integrazione al testo originale.

Nonostante ciò il mondo dei vini bio cresce con molti punti di vista,

citando la guida sulla normativa comunitaria per l’agricoltura biologica possiamo evidenziare il seguente pensiero: “…tuttavia, durante questo periodo l’agricoltura biologica resta penalizzata da una mancanza di chiarezza: da un lato, infatti, regna una certa confusione, tra i consumatori, sul significato del concetto stesso di agricoltura biologica e delle limitazioni che essa comporta. Tale confusione deriva fondamentalmente dall’esistenza di svariate e diverse “scuole” e “filosofie”, dalla mancanza di armonizzazione della terminologia utilizzata, dalla presentazione eterogenea dei prodotti, dall’amalgama tra prodotti biologici, prodotti di qualità, prodotti naturali, ecc. D’altra parte, l’uso fraudolento delle indicazioni relative al metodo di produzione biologico contribuisce ad accrescere tale confusione…”

Ora questa difficoltà e questa confusione nel mondo del vino biologico è da reputarsi anche ad una mancanza di regolamentazione nella trasformazione dell’uva biologica in vino biologico. Ognuno ha interpretato il modo di far il vino come gli sembrava filosoficamente più corretto. I più intransigenti non accettavano nessun apporto, tanto meno il metabisolfito. Altri, più tolleranti, hanno prodotto vini riducendo il contenuto si solforosa totale. Tutti erano d’accordo sul riappropriarsi dei vini, scusate non saprei come definirli, io li chiamo “umani”, rispetto ai vini tecnici, tutti simili, dove si esaltano i profumi che acquisiscono quel “non so che” di poco naturale (anche se piacevole, logica coca-cola).

Alcuni dicono che la via di mezzo è una grande virtù.

C’è stato un momento che il mondo del vino era diviso tra vini tecnici (molti) e vini definiti biologici (pochi) difettosi. Credo che la “Qualità” sia un parametro importante. D’accordo che definire la qualità non è cosi semplice, ma lasciatemi dire che il vino debba essere “potabile” soprattutto se viene pagato profumatamente.

Devo dire che i vini bio che ho potuto degustare sono molto migliorati alcuni arrivano a punte qualitative notevoli. Ma ancor oggi ognuno utilizza o non utilizza nella vinificazione determinati composti. Ancora una volta fare il vino è alla fine una questione di sensibilità e cultura. Non esiste una formula vera e propria, esiste la capacità e la conoscenza di chi opera nel conoscere il luogo di produzione per adottare le scelte più consone ad ottenere i migliori risultati. Nelle varie zone dove ho operato ho trovato differenze enormi e soltanto,  la presenza, la capacità di leggere quello che ti circonda e le conoscenze tecniche ti possono aiutare a fare il meglio.

[ngg_images source=”galleries” container_ids=”36″ display_type=”photocrati-nextgen_basic_thumbnails” override_thumbnail_settings=”1″ thumbnail_width=”240″ thumbnail_height=”160″ thumbnail_crop=”1″ images_per_page=”20″ number_of_columns=”3″ ajax_pagination=”0″ show_all_in_lightbox=”0″ use_imagebrowser_effect=”0″ show_slideshow_link=”0″ slideshow_link_text=”[Mostra slideshow]” order_by=”sortorder” order_direction=”ASC” returns=”included” maximum_entity_count=”500″]Mi dimenticavo di dire  che “fare il vino” è un’arte e come tutte le forme d’espressione l’artista in quello che fa ci mette la sua filosofia, il proprio pensiero e il proprio modo di concepire la vita, quindi che ben venga se nel suo pensiero esprime sensibilità per la natura e per la salute dei proprie clienti. L’importante che non ci faccia bere male!

Comunque proprio pochi giorni fa la comunità europea ha approvato una Regolamento di esecuzione (UE)

n. 203/2012 della Commissione, dell’ 8 marzo 2012 nel quale è esplicitamente consigliato di”….. è necessario dare la preferenza all’uso di additivi e di coadiuvanti ottenuti da materie prime provenienti dall’agricoltura biologica.”  Viene ulteriormente precisato che “…Talune altre pratiche largamente utilizzate nella trasformazione degli alimenti possono essere utilizzate anche nella vinificazione e avere degli effetti anche su determinate caratteristiche essenziali dei prodotti biologici, e pertanto sulla loro vera natura, ma attualmente non esistono tecniche alternative in grado di sostituirle. Questo vale per i trattamenti termici, la filtrazione, l’osmosi inversa e l’uso di resine a scambio ionico. Di conseguenza è necessario che queste pratiche siano disponibili per i vinificatori biologici, ma il loro uso deve essere sottoposto a restrizioni.”

Esistono anche delle cose che non sono affatto consigliate come

“…..Le pratiche e i trattamenti enologici che potrebbero trarre in inganno quanto alla vera natura dei prodotti biologici devono essere esclusi dal processo di vinificazione di vino biologico. Questo vale per la concentrazione per raffreddamento, la dealcolizzazione, l’eliminazione dell’anidride solforosa tramite processo fisico, l’elettrodialisi e l’impiego di scambiatori di cationi, in quanto tali pratiche enologiche modificano notevolmente la composizione del prodotto al punto da poter trarre in inganno quanto alla vera natura del vino biologico.”

E dulcis in fundo”…. Il tenore massimo di anidride solforosa non deve superare 100 mg/l per i vini rossi, come prescritto dall’allegato I B, parte A, punto 1, lettera a), del regolamento (CE) n. 606/2009, se il tenore di zuccheri residui è inferiore a 2 g/l.
Il tenore massimo di anidride solforosa non deve superare 150 mg/l per i vini bianchi e rosati, come prescritto dall’allegato I B, parte A, punto 1, lettera b), del regolamento (CE) n. 606/2009, se il tenore di zuccheri residui è inferiore a 2 g/l.

Per tutti gli altri vini, il tenore massimo di anidride solforosa fissato a norma dell’allegato I B del regolamento (CE) n. 606/2009 al 10 agosto 2010 è ridotto di 30 mg/l.

Ma che differenza ci sarà, allora, tra i vini “normali” e quelli “biologici”?


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