I giovani e l’abuso di alcol un modo per aiutarli

Amo parlare di vino, della storia, della viticultura, di come si è sviluppata la coltivazione della vite nel mondo e delle traversie che ha percorso. Amo parlare delle tecniche più moderne per produrre un vino che possa soddisfare maggiormente il consumatore. Amo parlare di marketing di strategie di comunicazione e di vendita del vino. Ma c’è un lato oscuro dove chi lavora nel settore non ama parlare. L’abuso di vino da parte dei giovani e non, e le conseguenze che da ciò ne derivano.

Ben presto l’essere umano scopri il rovescio della medaglia di questo meraviglioso dono degli dei, fu consapevole che tanta bellezza fosse offuscata da reazioni “animalesche e barbare”.

L’incredibile e affascinante storia del vino narra come nel corso dei secoli si sono rilevati differenti “atteggiamenti” nelle varie popolazioni rispetto al ruolo del vino.

Per i popoli dell’antico medio oriente lo stato di ebbrezza alcolica era rappresentato nei divini banchetti riservati alle divinità. Aveva un ruolo di creatività, e non era condannato. Emergeva lo stato di debolezza di chi era ubriaco, dove anche il dio poteva venire facilmente imbrogliato o soccombere.

Il vino mantiene un ruolo fondamentale nella civiltà ebraica, considerato un dono divino,….”il vino che allieta il cuore, l’olio che fa brillare il suo volto, e il pane che sostiene il suo vigore…” (salmo 104, 15). Ma l’atteggiamento nelle sacre scritture è quello di sobrietà, Il Talmud prescrive di bere vino diluito con due parti d’acqua.

Le regole del bere fondate su precetti religiosi e, il consenso che ne nasce, scaturiscono dalle conseguenze negative dall’incontrollata assunzione di alcolici. Una rottura irreversibile con i costumi dei vicini popoli cannaniti, assiri, egizi, ecc.

Furono gli antichi Greci a dare una svolta all’utilizzo del vino. Dioniso era il dio chiamato a condividere e a sugellare il comportamento di “bevuta”, gli altri dei erano rigorosamente astemi. Il vino si consumava diluito con differenti dosi d’acqua, solo i barbari lo bevevano puro. Il termine barbari deriva da “barbaros”, balbuziente indicando chi aveva problemi di lingua, cioè gli stranieri, che spesso avevano un modo smodato di bere.

Differenti erano le problematiche dell’impero romano che aveva a che fare non solo con un consumo e un commercio maggiore, ma anche con popolazioni culturalmente molto diverse tra loro.

Inoltre una forte condanna contro l’ubriachezza veniva dalla nascente religione cristiana che pur utilizzando nelle proprie cerimonie il vino, predicava la sobrietà.

La situazione nell’impero romano era estremamente complessa: da una lato era figlio del concetto greco dei simposium, trasformati nei convivi romani, un consumo raffinato e sobrio del vino, dall’altra la spinta dei “barbari” e pagani che non avevano limiti al bere più smodato.

Queste brevi descrizioni di come alcune importanti civiltà hanno affrontato il pesante fardello dell’abuso delle bevande alcoliche, mettono in evidenza come l’alcol, considerato a tutti gli effetti come una droga, sia un problema socio-culturale, spesso non affrontato come tale dalla classe dirigente.

Un esempio significativo è come l’alcol fosse utilizzato nelle guerre nelle forze armate britanniche, in particolare nella marina. Dal 1655 il rhum sostituì la birra come uso per stimolare l’aggressività in quanto, dopo la conquista inglese della Giamaica, questa bevanda era particolarmente economica. Nello stesso periodo, nel 1672, nella guerra franco-olandese si fece uso di ingenti quantitativi di cognac.  

Ciò che mi preme evidenziare è che nei secoli l’alcol è, è stato un compagno, facilmente reperibile, dalla doppia faccia utilizzato da alcuni per festeggiare, per allietare e stimolare le proprie eccellenze. Per altri come aiuto che allevia le contraddizioni e le insicurezze della vita. Il risultato è che questa ambigua bevanda che racchiude il senso umano (male e bene) ti può rendere schiavo.    

Regole e leggi si sono storicamente succedute ma non mi sembra che abbiano sortito buoni effetti. Abbiamo ampiamente sperimentato che i soli divieti non risolvono il problema.

A questo proposito, tornando ai tempi nostri,  credo sia importante evidenziare l’esperienza che è stata condotta in Islanda da un gruppo di studiosi dell’università di Reykjavik, capitanati da il professore americano di psicologia Harvey Milkman, che insegna nella capitale islandese parte dell’anno. https://mosaicscience.com/story/iceland-prevent-teen-substance-abuse

Vent’anni fa la situazione in Islanda era tra le più gravi.  Il venerdì sera non si  poteva camminare per le strade nel centro di Reykjavik perché era pericoloso. C’erano orde di adolescenti che si ubriacavano.

Oggi, l’Islanda supera la tabella europea per gli adolescenti più salutisti. La percentuale di giovani tra 15 e 16 anni che si ubriacavano è scesa dal 42% nel 1998 al 5% nel 2016. Quelli che non ha mai usato la cannabis è sceso dal 17% al 7% . Coloro che fumano quotidianamente  sigarette sono scese dal 23 per cento a solo il 3 per cento.

A cosa si deve questo successo?

Semplice. Un progetto. Un progetto che prevede regole, coinvolgimento delle istituzioni, contributi economici che aiutino i genitori a svolgere il loro ruolo.
Dopo vent’anni di lavoro e esperienze il professor Milkman mette in evidenza che nella società moderna “…La gente può diventare dipendente dall’alcol, dall’auto, dal denaro, dal sesso, dalle calorie, dalla cocaina, insomma da qualunque cosa. L’idea della dipendenza comportamentale è diventata il nostro marchio”.
Partendo da ciò si è chiesto se fosse possibile generare un movimento sociale che aiutasse le persone, ad uscire da questi comportamenti deleteri.

Il percorso fu lungo e tortuoso.

Ottenere un simile risultato, in grado di ribaltare la classifica negativa che vedeva i giovani islandesi come i maggiori consumatori di droghe e alcol d’Europa, è stato possibile solo grazie a un progetto a lungo termine “Youth in Iceland”, con la importante partecipazione del governo, che ha coinvolto direttamente genitori e scuole.
Per prima cosa vennero eliminate le pubblicità di sigarette e bevande alcoliche, i minori di 18 anni non potevano più comprare sigarette e chi non aveva 20 anni non poteva acquistare alcol. Venne introdotto un coprifuoco agli adolescenti tra i 13 e i 16 anni: rientro a casa alle 10 di sera in inverno, a mezzanotte d’estate. L’obiettivo principale, infatti, era far passare ai ragazzi più tempo possibile in casa, anteponendo la quantità alla qualità delle ore trascorse in compagnia dei familiari.

Chiarisce il professor Milkman”…Non gli abbiamo detto, siete venuti per il trattamento. Gli abbiamo detto vi insegneremo tutto ciò che volete imparare: musica, danza, hip hop, arte, arti marziali “. L’idea era dare loro quello di cui hanno bisogno per meglio affrontare la vita: alcuni potrebbero desiderare un’esperienza che potrebbe contribuire a ridurre l’ansia.

I genitori sono stati incoraggiati a partecipare ai colloqui sull’importanza di trascorrere una quantità di tempo con i propri figli, piuttosto che occasionalmente “momenti di qualità”. Sono stati invitati a parlare con i loro figli sulla loro vita, conoscere i loro figli con amici e mantenere i loro figli a casa nelle serate.

Anche le istituzioni hanno fatto la loro parte

Il finanziamento statale è stato aumentato per gli sport organizzati, la musica, l’arte, la danza e altri club, per dare ai ragazzi modi alternativi per sentirsi parte di un gruppo e per stare bene tra loro, invece che ricorrere a all’uso di alcol e droga. Per i bambini provenienti da famiglie a basso reddito è stato stanziato  un contributo per partecipare a queste iniziative.

Tra il 1997 e il 2012, la percentuale di bambini di età compresa tra i 15 ei 16 anni che hanno dichiarato che il tempo trascorso con i genitori nei giorni feriali sono raddoppiati dal 23% al 46%.  

La percentuale che di giovani che ha partecipato a sport organizzati almeno quattro volte la settimana è aumentata dal 24% al 42%. Nel frattempo, il fumo di sigaretta, l’uso di bevande e di cannabis in questa fascia di età sono diminuiti.

In fondo ciò che i giovani, e non solo, vogliono è sentirsi partecipi, essere considerati e aiutati ad entrare nella società e nel mondo del lavoro che spaventa per il troppo cinismo e per la poca “umanità”. Forse la formula “magica” è: non solo divieti e costrizioni  ma vivere una vita più ricca di rapporti veri, non virtuali,  e di più amore.   

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